
Teresa Gullace, nata Talotta a Cittanova (RC) l’8 settembre 1906, rappresenta uno dei vertici più drammatici e simbolici della storia della Resistenza italiana, segnando il punto di incontro tra la tragedia individuale, la mobilitazione collettiva e la successiva trasfigurazione mitopoietica operata dal cinema neorealista. La sua morte, avvenuta il 3 marzo 1944 in viale Giulio Cesare a Roma, non può essere derubricata a semplice episodio di cronaca nera in tempo di guerra; essa costituisce un evento catalizzatore che ha accelerato la crisi di legittimità dell’occupante nazista e ha fornito al movimento partigiano un’icona di ineguagliabile forza morale. L’analisi della sua vicenda richiede un approccio multidisciplinare che consideri il contesto geopolitico della “Città Aperta“, le dinamiche migratorie interne dell’Italia fascista e i meccanismi di costruzione della memoria pubblica nel dopoguerra.
L’arresto del marito Girolamo innescò in Teresa una reazione di disperata determinazione. Per diversi giorni, la donna si recò davanti alla caserma di Prati, unendosi a centinaia di altre donne che chiedevano notizie dei propri cari e tentavano di passare loro generi di conforto. La mattina del 3 marzo 1944, la tensione raggiunse il punto di rottura. Oltre duemila persone si erano radunate davanti alla caserma, incoraggiate anche dall’azione dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP), che vedevano nella protesta spontanea delle donne un’opportunità di mobilitazione di massa contro l’occupante. Teresa si trovava tra le prime file, accompagnata dal figlio tredicenne Umberto. Quando scorse il marito Girolamo affacciato dietro la grata di una finestra della caserma, la donna cercò di avvicinarsi per lanciargli un involto, contenente probabilmente del pane, bene preziosissimo in una città stremata dal razionamento alimentare. L’involto urtò contro il muro dell’edificio e cadde a terra. Nel tentativo di recuperarlo e nel protestare vibratamente contro i soldati che cercavano di respingere la folla, Teresa attirò l’attenzione di un sottufficiale tedesco. Quest’ultimo, con una ferocia che le testimonianze descrivono come fredda e immotivata, estrasse la sua pistola d’ordinanza e sparò a bruciapelo alla gola della donna, uccidendola all’istante davanti agli occhi del figlio e della folla inorridita.
L’indignazione popolare fu talmente vasta che le autorità naziste, nel tentativo di sedare ulteriori tumulti in una città già sull’orlo dell’insurrezione, presero la decisione inusuale di rilasciare Girolamo Gullace. Mentre l’uomo veniva liberato, alcuni militanti allestirono una camera ardente improvvisata sul luogo dell’eccidio, ricoprendo il corpo di Teresa con fiori, tra cui le mimose che sarebbero diventate il simbolo della successiva lotta di liberazione femminile. Questo momento segnò il passaggio di Teresa da vittima della guerra a martire della Resistenza: il suo corpo straziato divenne un manifesto politico vivente della crudeltà nazista.
La trasmutazione della figura storica di Teresa Gullace in icona universale avvenne pochi mesi dopo la liberazione di Roma, grazie all’opera di Roberto Rossellini. Il film “Roma città aperta“, girato in condizioni di fortuna nel 1945, pose al centro della narrazione un personaggio ispirato direttamente a Teresa Gullace: la “Sora Pina“, interpretata da Anna Magnani. Tuttavia, Rossellini e gli sceneggiatori Sergio Amidei e Federico Fellini operarono una significativa rielaborazione drammaturgica dei fatti. Se nella realtà storica Teresa fu uccisa mentre era ferma davanti alla caserma, nel film Pina viene abbattuta da una raffica di mitra mentre corre disperatamente dietro al camion tedesco che sta portando via il suo uomo. Questa variazione, pur allontanandosi dalla cronaca, riuscì a catturare la verità profonda dell’evento: il desiderio di protezione familiare che sfida la potenza militare. La scena della corsa di Anna Magnani e la sua caduta sulla strada polverosa sono diventate le immagini più celebri del neorealismo, contribuendo a far vincere al film il Grand Prix a Cannes e a ottenere una candidatura all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Nel 1982 gli studenti del liceo invitarono in assemblea il figlio di Teresa Gullace. Quest’ultimo raccontò del grande animo e coraggio che possedeva la madre e gli alunni candidarono Teresa Gullace quale nome dell’istituto. Un altro gruppo di docenti e alunni, politicamente neutrali, volevano dare al loro istituto il nome del matematico e fisico Evangelista Torricelli. Nel settembre del 1989 l’Istituto prende il nome di Teresa Gullace Talotta. La scuola, alla presenza di Mario Gullace, uno dei figli di Teresa, dedica un busto commemorativo opera dello scultore Ugo Attardi.
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